CorsoShiatsu04

Shizuto Masunaga (Kure1925 – 1981)
Laureato in filosofia e psicologia
docente di psicologia all’Università di Tokyo
sviluppò un profondo interesse per la medicina tradizionale orientale che lo spinse a studiare e svolgere approfondite ricerche su testi di medicina tradizionale cinese. Questa sua ricerca lo condusse a studiare ed apprendere lo Shiatsu presso la scuola di Namikoshi, dove rimase come insegnante per dieci anni, dando vita ad un suo stile, al quale dette il nome di   “Zen Shiatsu”. Masunaga riunì le sue aree d’interesse ;  psicologia,  pratica Shiatsu ortodossa,  ricerca storica delle origini unendole alla moderna interpretazione  occidentale della fisiologia. Lo Zen Shiatsu ha dunque un ampia teoria che comprende i modelli orientali ed occidentali relativi alla malattia e alla cura, considera il ricevente nella suo insieme , seguendo la più antica visione della tradizione medica cinese. Attraverso il trattamento il praticante agisce sulla mente, sul corpo, sullo spirito sulle emozioni del cliente, la bellezza di questa pratica sopratutto per noi occidentali, deriva da questa esplicita unione di psicologia e fisiologia umana nella teoria del ki una pratica che aiuta il bisogno esistente nella  nostra cultura,  di ridare interezza ed integrità al nostro “Essere frammentato”.

Di Tania Pacciani

L’aumento delle separazioni, dei divorzi e la diminuzione dei matrimoni possono essere letti come un forte segnale di cambiamento nello stile di vita della popolazione. Ciò che va diffondendosi nel nostro Paese, in realtà, non è un disinteresse per la vita a due ma un modo nuovo di stare insieme così come si manifesta nella tendenza ormai diffusa di preferire la convivenza e la relazione priva di vincoli legali e religiosi.

La nuova coppia che si viene a formare (di solito, ma non necessariamente, di sesso diverso) e che rifiuta il modello tradizionale di famiglia fondato sul matrimonio, si caratterizza e si distingue dalla precedente per aver spostato l’attenzione dalla procreazione e dall’impegno alla vita in comune per l’intera vita all’autorealizzazione individuale e al soddisfacimento dei propri desideri.Questo nuovo stile di vita relazionale presenta almeno apparentemente vantaggi per entrambi i membri della coppia.

Alla donna consente prevalentemente di superare il tradizionale ruolo ad essa riservato nel matrimonio e di porsi con il partner in una condizione di parità sia nel contesto familiare che sociale .Si può ipotizzare che uno dei motivi che ha prodotto l’abbandono della famiglia così come l’hanno conosciuta le generazioni precedenti sia stato il rifiuto da parte della donna di quel ruolo di moglie a cui spettava il solo compito di accudimento del focolare domestico e della prole, senza un aperto confronto tra i due coniugi.Oggi per la donna la vecchia divisione di ruoli ben distinti tra marito e moglie è diventata inaccettabile.Stanca degli stereotipi ad essa legati e indifferente a qualsiasi tentativo di svalutazione della propria immagine, soprattutto da parte dei media, la donna moderna rivendica il diritto alla propria dignità, identità e autonomia. Pur partendo da una posizione difficoltosa e svantaggiata rispetto all’uomo, la donna ha iniziato da tempo ad allargare il proprio ambito di intervento sia nel suo mondo privato che in quello pubblico, sviluppando attitudini fino a pochi decenni fa di pertinenza maschile, trascinando anche l’uomo in una esperienza similare ovviamente verso attività che erano riservate al sesso femminile.

Uomini e donne possono così arrivare a vedersi “diversi” e parimenti indispensabili e collaboranti alla vita della famiglia. ’epoca moderna ha privilegiato la razionalità, la competizione riconosciute come qualità maschili, mentre la post-modernità sembra privilegiare il sentimento ovvero le caratteristiche più prettamente femminili.E’ questo affermarsi del nuovo ruolo della donna che ha presumibilmente alterato gli equilibri all’interno della coppia matrimoniale.L’istruzione, l’accesso al mondo lavorativo, la pianificazione delle nascite scissa dalla sessualità hanno ormai posto la donna in una condizione di indiscutibile parità con l’uomo.La donna sta cercando di riprendersi tutto lo spazio negatole nei secoli; la ricerca dell’autonomia l’ha condotta però ad un sovraccarico di lavoro e una tensione dovuta al suo essere “pluricollocata” (Scabini E., Donati P., 1991, cit. p.142).
Durante gli anni del femminismo si è però arrivati a svilire la specificità del ruolo femminile e materno alla ricerca di una impossibile uguaglianza con l’uomo fino ad una deleteria identificazione. Proprio per le sue caratteristiche empatiche, comunicative, educative ed etiche la donna ha ancora un ruolo cardine nel determinare il clima familiare. Nonostante gli innegabili progressi verso una distribuzione più equilibrata dei carichi di lavoro domestici tra uomini e donne, è evidente che il carico della cura della famiglia spetta ancora alla donna, sia che se ne occupi direttamente che si avvalga di aiuti esterni. E’ quindi auspicabile che si arrivi ad un nuovo accordo nel rapporto tra i sessi che veda la specificità e la complementarietà dei ruoli, come due lati della stessa medaglia, ugualmente coinvolti nel progetto famiglia.

Il cambiamento interiore della donna può essere stimolante per un cambiamento anche della società dal momento in cui rivaluta il suo potenziale affettivo, intellettuale, etico, e accetta di confrontarsi costruttivamente col maschile.del rapporto uomo-donna all’interno della famiglia e nella società potremmo porre le basi per un nuovo modo di vivere insieme.Di fronte a donne sicure della propria identità sessuale, della propria appartenenza di genere, della propria dignità, anche gli uomini saranno indotti, a loro volta, a ridefinire criticamente quei valori virili, trasmessi dalla tradizione. La cultura emergente non favorisce ricette certe per lo stare in coppia, ma indica alcune direzioni di ricerca. Per prima cosa non esistono soluzioni valide per tutti, per cui sia ogni individuo che ogni coppia dovrebbero cercare una propria via di realizzazione avendo ormai a disposizione sia la via tradizionale del matrimonio che altre possibilità offerte dalle nuove formule emergenti. Ciò che è determinante è la presenza di consapevolezza e d’impegno con cui i due partner vivono la scelta praticata, qualunque essa sia. Non esiste una norma a cui adeguarsi, quindi non c’è una normalizzazione a cui aspirarsi.

Come sostiene Roudinesco (2002), non c’è fine ma trasformazione della famiglia, non ci sono famiglie da catalogare e giudicare ma soggettività ed esperienze diverse da far parlare e da ascoltare. I nuovi principi sul come vivere la relazione di coppia andranno ispirati ad una grande flessibilità che tenga conto del fatto che gli individui sono diversi ma complementari e che le fasi della vita possono rispecchiare bisogni di volta in volta diversi. La famiglia può ritrovare la sua generatività simbolica a patto che sia di nuovo reinventata (Roudinesco E., 2002).
Occorrerà inoltre guardare alla nuova famiglia con occhi sgombri da pregiudizi e ideologie, apocalittiche o progressiste che siano. Nel corso degli ultimi decenni al famiglia ha mostrato di essere duttile al modellarsi di fronte ai mutamenti sociali.
Ha cambiato volto senza, però, sparire ed è apparsa viva e vitale nelle sue molteplici forme. Certo è che l’autonomia individuale e la libertà di scelta comportano rischi e costi, come l’aumento dell’instabilità coniugale e di coppia, conflitti e sofferenze affettive degli adulti che coinvolgono spesso anche i figli.

A questi rischi si possono aggiungere il rinvio di responsabilità adulte e difficoltà di portare avanti progetti coerenti di vita, che sono tipici della cultura giovanile di oggi e che stanno in buona parte all’origine sia del prolungamento della permanenza dei giovani nella famiglia d’origine che di alcune forme di convivenza. Questo sta quindi a significare che non sempre ad una maggiore autonomia corrisponde un aumento di responsabilità. Questa è la sfida dei tempi odierni: coniugare autonomia, libertà di scelta individuale con la responsabilità e la solidarietà familiare (Zanatta A., 1997).

Data la molteplicità delle scelte possibili nella società attuale è indispensabile una crescita della consapevolezza e della responsabilità, sia a livello individuale che collettivo. In una società contraddistinta da un pluralismo di idee e di stili di vita va ricordato che il bene individuale non può essere dissociato dal bene comune e dalla ricostruzione di valori condivisi da promuovere e tutelare, tra questi valori vi è l’autorealizzazione personale, la parità di genere, la responsabilità, la solidarietà e stabilità familiare. Questo non sta a significare che la coppia o la famiglia siano indissolubili, ma che vi sia anche, dopo la rottura, una continuazione di una valida relazione affettiva tra i genitori e i figli, indipendentemente dalla forma di famiglia: sia un matrimonio, un’unione di fatto, una famiglia ricomposta o mista.

L’Italia è ancora lontana dallo sviluppo che le famiglie hanno avuto in altri paesi, e nonostante siano cresciute consapevolezza e responsabilità vi è, ancora oggi, un vuoto conoscitivo attorno alle nuove famiglie sia negli ambiti sociali che psicologici (Zanatta, A., 1997). Sarebbe importante sul piano delle responsabilità private una maggiore consapevolezza sulle conseguenze negative di natura psicologica, sociale e anche economica che una separazione può comportare ad ogni membro della famiglia in particolar modo ai figli. I coniugi dovrebbero essere consapevoli che il grado di conflittualità legata ad una separazione influisce sul benessere psicologico dei figli.

Nei casi di separazione e divorzio, oggi, attraverso l’affido condiviso, ai padri è offerta la possibilità di un coinvolgimento, pari a quello materno, nella cura e nell’educazione del figlio. Sul piano delle responsabilità oltre a quelle private vi sono quelle a carico delle politiche pubbliche che hanno dimostrato di essere impreparate di fronte al cambiamento della famiglia e in molti casi anche inefficienti nel mitigare le conseguenze negative dell’instabilità coniugale. Occorre una maggiore presenza di servizi di mediazione per favorire soluzioni, meno conflittuali possibile, che contemplino rispetto sia per l’aspetto psicologica che materiale della separazione (Zanatta, A., 1997)

Sarebbe auspicabile, ai giorni nostri, una qualche forma di riconoscimento giuridico delle famiglie, eterosessuali e omosessuali e del ruolo dei “genitori” sociali nelle famiglie ricomposte. Ogni individuo dovrebbe potersi sentir libero di provare sentimenti ed emozioni anche verso persone dello stesso sesso e dovrebbe sentire di potersi muovere in armonia tra l’esterno (sociale) e l’interno (identità personale) evitando di incastrarsi in particolari stereotipi socio-culturali che filogeneticamente continuano ad autoalimentare falsi miti e utopici ruoli di genere. Come ampiamente dimostrato da studi scientifici, l’omosessualità non è un vizio, non è una perversione e non è una scelta personale, ma è piuttosto un normale orientamento sessuale solamente differente da quello eterosessuale, altrettanto normale, e quindi non negativamente influente su una paternità o una maternità.

Sarebbe dunque auspicabile, che anche nel nostro paese, le coppie omosessuali fossero riconosciute come famiglie e gli omosessuali avessero la possibilità di essere genitori sia adottando dei bambini sia attraverso l’intervento di tecniche assistite (McCann et al., 2005; Tasker, 2005). I pregiudizi verso la famiglia omosessuale e verso la possibile crescita normale di un bambino con uno o due adulti omofili sembrano non essere validati da alcun modello sullo sviluppo infantile, ma esclusivamente dalla paura sociale indotta da una versione di famiglia fuori dai “canoni naturali”. Non vi sono dunque prove scientifiche per ipotizzare che le lesbiche e i gay siano inadatti alla genitorialità o che lo sviluppo psico-sociale dei bambini da loro allevati sia compromesso o possa compromettersi rispetto ai bambini allevati da genitori eterosessuali (Tasker, 2005). In base ad alcuni studi svolti dai teorici dell’attaccamento risulta che la stabilità psico-emotiva del bambino, riguardo al legame con i propri genitori, è strettamente connessa ai comportamenti dell’adulto nel rapporto interattivo; in tal modo diventano molto importanti caratteristiche personali come la sensibilità, l’emotività e qualcos’altro, nel legame tra piccolo e adulto, che ancor oggi magari è ignoto (Schaffer, Emerson, 1964),. Inoltre gli stessi autori affermano che non è necessario che la madre che alleva ed educa il bambino sia la madre biologica; ma lo può essere qualsiasi persona indipendentemente dal sesso di appartenenza. La capacità di crescere un bambino, con affetto e cure è sostanzialmente un qualcosa legato al temperamento, all’affettività, al carattere e ha ben poco a che vedere con il legame di sangue (Schaffer e Emerson, 1964).

Un bambino, per crescere, ha bisogno di un individuo con il quale avere una relazione emotiva e di un individuo che possa donargli supporto ed interazione ma non è assolutamente necessario che queste due persone siano di sesso diverso (Bronfenbrenner, 1979).

Hillman (1996) vede nel concetto assoluto di legame primario madre-bambino una sorta di “superstizione parentale”. Il bambino percepirà molto presto che non tutte le persone sono omosessuali; questa cognizione gli permetterà poi di capire che, se anche i suoi genitori sono omosessuali, non è detto che lo sia pure lui in futuro (Dall’Orto, 1994).

In tal modo gli ambienti familiari forniti da genitori omosessuali danno ai bambini supporto e permettono il loro buon sviluppo psicosociale tanto quanto gli ambienti familiari eterosessuali (Tasker, 2005). La ricerca sui genitori omosessuali è comunque ancora molto recente.

Di meno si conosce poi circa i bambini allevati da padri gay rispetto ai bambini tirati su da madri lesbiche. Un recente ed interessante lavoro di Lev (2004) su transessuali, omosessuali, travestiti e le loro famiglie, rileva come le ipotesi medico-cliniche e la terapia psicoanalitica di stampo patologizzante possano, e secondo l’autrice debbano, essere abbandonate, così come l’enfasi assegnata al ruolo dell’adulto nel processo di acquisizione dell’identità sessuale da parte del bambino.

L’autrice, piuttosto, pone l’accento sul ruolo svolto dall’interazione dei coetanei e dei familiari che dovrebbero essere privi di atteggiamenti omofobici o caricati di falsi luoghi comuni, come la presunta anormalità di due madri o due padri, e quello svolto dalla personale maturazione dei processi mentali infantili: se i due dinamismi si congiungono in modo positivo, condurranno sinergicamente il bambino ad orientarsi sessualmente senza alcun problema.

Infatti Lev (2004) sostiene che spesso il bambino riesce ad accettare e convivere molto bene insieme a dei genitori con orientamento omosessuale, semplicemente perché non si pone mille domande, problemi o pregiudizi come invece farebbe un adulto, e perché egli fin da piccolo cresce in un ambiente costituito da due genitori dello stesso sesso; ciò avviene in modo particolarmente tranquillo e positivo se vengono rispettate ed esaudite le esigenze del bambino e se viene fatto tutto il necessario per far sì che egli si senta parte integrante della famiglia. Inoltre Lev (2004), sulla base della sua esperienza psicoterapeutica decennale, sottolinea che il giocare del maschio con bambole o della femmina con giocattoli “maschili” non pregiudica affatto la loro mascolinità o femminilità future, così come, l’interagire in crescita con una coppia di omosessuali non comporta, né nel maschio né nella femmina alcuna deviazione nella formazione dell’orientamento sessuale, e più in generale nella loro identità sessuale.

Come sostiene Alexander (2001) dobbiamo ritenere la ricerca sulle famiglie omosessuali corretta e portatrice di un risultato certo: i bambini allevati in tali famiglie devono spesso confrontarsi con i pregiudizi culturali subiti dai genitori, ma il loro sviluppo personale e sociale ha un andamento del tutto normale tanto quanto quello di bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. Si può dunque affermare che la validità di un nucleo familiare si fonda sulla qualità delle relazioni tra le persone piuttosto che su un modello strutturale o sulla supposta “naturalità” (McCann et al., 2005).

Per quanto concerne la problematica dell’infertilità e dell’inseminazione assistita possiamo dire che all’evoluzione scientifica e tecnologica a cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni non è corrisposto un’altrettanto avanzamento della coscienza dell’uomo. A volte sembra che una parte della psicosomatica corra il pericolo di assumere il ruolo di assistente cieco nei confronti di una tecnologia della fertilità manipolativa e alienata. E’ stato riconosciuto che la medicina riproduttiva implica un peso considerevole e importante per la donna, l’uomo e la successiva famiglia.

Cliniche ed ospedali con un senso di responsabilità dovrebbero fornire consulti prima, durante e dopo l’intervento. Le coppie che si avvicinano a tecniche riproduttive lottano successivamente per essere riconosciute come “normali”, spesso tengono segrete le informazioni sull’inseminazione artificiale e nascondono queste informazioni al bambino concepito in tal modo.

Le madri emotivamente indifferenti soffrono di depressione; a livello di coppia sono presenti difficoltà psicologiche più accentuate rispetto ai genitori “normali”, come:

  • paura repressa,
  • problemi  nervosi,
  • disturbi fisici/psicosomatici e disfunzioni sessuali.

Poiché i bambini nati attraverso la procreazione assistita non sono mai del tutto indenni dalle perturbazioni legate alla loro nascita sarebbe auspicabile offrire alle coppie sia etero che omosessuali maggiori informazioni e spunti di riflessione prima di sottoporsi a qualsiasi tipo di trattamento.

L’aumento delle separazioni, dei divorzi e la diminuzione dei matrimoni possono essere letti come un forte segnale di cambiamento nello stile di vita della popolazione.

Ciò che va diffondendosi nel nostro Paese, in realtà, non è un disinteresse per la vita a due ma un modo nuovo di stare insieme così come si manifesta nella tendenza ormai diffusa di preferire la convivenza e la relazione priva di vincoli legali e religiosi.

La nuova coppia che si viene a formare (di solito, ma non necessariamente, di sesso diverso) e che rifiuta il modello tradizionale di famiglia fondato sul matrimonio, si caratterizza e si distingue dalla precedente per aver spostato l’attenzione dalla procreazione e dall’impegno alla vita in comune per l’intera vita all’autorealizzazione individuale e al soddisfacimento dei propri desideri.

Questo nuovo stile di vita relazionale presenta almeno apparentemente vantaggi per entrambi i membri della coppia. Alla donna consente prevalentemente di superare il tradizionale ruolo ad essa riservato nel matrimonio e di porsi con il partner in una condizione di parità sia nel contesto familiare che sociale .

Si può ipotizzare che uno dei motivi che ha prodotto l’abbandono della famiglia così come l’hanno conosciuta le generazioni precedenti sia stato il rifiuto da parte della donna di quel ruolo di moglie a cui spettava il solo compito di accudimento del focolare domestico e della prole, senza un aperto confronto tra i due coniugi.

Oggi per la donna la vecchia divisione di ruoli ben distinti tra marito e moglie è diventata inaccettabile. Stanca degli stereotipi ad essa legati e indifferente a qualsiasi tentativo di svalutazione della propria immagine, soprattutto da parte dei media, la donna moderna rivendica il diritto alla propria dignità, identità e autonomia.

Pur partendo da una posizione difficoltosa e svantaggiata rispetto all’uomo, la donna ha iniziato da tempo ad allargare il proprio ambito di intervento sia nel suo mondo privato che in quello pubblico, sviluppando attitudini fino a pochi decenni fa di pertinenza maschile, trascinando anche l’uomo in una esperienza similare ovviamente verso attività che erano riservate al sesso femminile. Uomini e donne possono così arrivare a vedersi “diversi” e parimenti indispensabili e collaboranti alla vita della famiglia.

L’epoca moderna ha privilegiato la razionalità, la competizione riconosciute come qualità maschili, mentre la post-modernità sembra privilegiare il sentimento ovvero le caratteristiche più prettamente femminili. E’ questo affermarsi del nuovo ruolo della donna che ha presumibilmente alterato gli equilibri all’interno della coppia matrimoniale. L’istruzione, l’accesso al mondo lavorativo, la pianificazione delle nascite scissa dalla sessualità hanno ormai posto la donna in una condizione di indiscutibile parità con l’uomo.

La donna sta cercando di riprendersi tutto lo spazio negatole nei secoli; la ricerca dell’autonomia l’ha condotta però ad un sovraccarico di lavoro e una tensione dovuta al suo essere “pluricollocata” (Scabini E., Donati P., 1991, cit. p.142).

Durante gli anni del femminismo si è però arrivati a svilire la specificità del ruolo femminile e materno alla ricerca di una impossibile uguaglianza con l’uomo fino ad una deleteria identificazione. Proprio per le sue caratteristiche empatiche, comunicative, educative ed etiche la donna ha ancora un ruolo cardine nel determinare il clima familiare. Nonostante gli innegabili progressi verso una distribuzione più equilibrata dei carichi di lavoro domestici tra uomini e donne, è evidente che il carico della cura della famiglia spetta ancora alla donna, sia che se ne occupi direttamente che si avvalga di aiuti esterni. E’ quindi auspicabile che si arrivi ad un nuovo accordo nel rapporto tra i sessi che veda la specificità e la complementarietà dei ruoli, come due lati della stessa medaglia, ugualmente coinvolti nel progetto famiglia.

Il cambiamento interiore della donna può essere stimolante per un cambiamento anche della società dal momento in cui rivaluta il suo potenziale affettivo, intellettuale, etico, e accetta di confrontarsi costruttivamente col maschile del rapporto uomo-donna all’interno della famiglia e nella società potremmo porre le basi per un nuovo modo di vivere insieme.

Di fronte a donne sicure della propria identità sessuale, della propria appartenenza di genere, della propria dignità, anche gli uomini saranno indotti, a loro volta, a ridefinire criticamente quei valori virili, trasmessi dalla tradizione. La cultura emergente non favorisce ricette certe per lo stare in coppia, ma indica alcune direzioni di ricerca.
Per prima cosa non esistono soluzioni valide per tutti, per cui sia ogni individuo che ogni coppia dovrebbero cercare una propria via di realizzazione avendo ormai a disposizione sia la via tradizionale del matrimonio che altre possibilità offerte dalle nuove formule emergenti. Ciò che è determinante è la presenza di consapevolezza e d’impegno con cui i due partner vivono la scelta praticata, qualunque essa sia. Non esiste una norma a cui adeguarsi, quindi non c’è una normalizzazione a cui aspirarsi.

Come sostiene Roudinesco (2002), non c’è fine ma trasformazione della famiglia, non ci sono famiglie da catalogare e giudicare ma soggettività ed esperienze diverse da far parlare e da ascoltare. I nuovi principi sul come vivere la relazione di coppia andranno ispirati ad una grande flessibilità che tenga conto del fatto che gli individui sono diversi ma complementari e che le fasi della vita possono rispecchiare bisogni di volta in volta diversi.
La famiglia può ritrovare la sua generatività simbolica a patto che sia di nuovo reinventata (Roudinesco E., 2002). Occorrerà inoltre guardare alla nuova famiglia con occhi sgombri da pregiudizi e ideologie, apocalittiche o progressiste che siano.

Nel corso degli ultimi decenni al famiglia ha mostrato di essere duttile al modellarsi di fronte ai mutamenti sociali. Ha cambiato volto senza, però, sparire ed è apparsa viva e vitale nelle sue molteplici forme.Certo è che l’autonomia individuale e la libertà di scelta comportano rischi e costi, come l’aumento dell’instabilità coniugale e di coppia, conflitti e sofferenze affettive degli adulti che coinvolgono spesso anche i figli.A questi rischi si possono aggiungere il rinvio di responsabilità adulte e difficoltà di portare avanti progetti coerenti di vita, che sono tipici della cultura giovanile di oggi e che stanno in buona parte all’origine sia del prolungamento della permanenza dei giovani nella famiglia d’origine che di alcune forme di convivenza.Questo sta quindi a significare che non sempre ad una maggiore autonomia corrisponde un aumento di responsabilità. Questa è la sfida dei tempi odierni: coniugare autonomia, libertà di scelta individuale con la responsabilità e la solidarietà familiare (Zanatta A., 1997).
Data la molteplicità delle scelte possibili nella società attuale è indispensabile una crescita della consapevolezza e della responsabilità, sia a livello individuale che collettivo.

In una società contraddistinta da un pluralismo di idee e di stili di vita va ricordato che il bene individuale non può essere dissociato dal bene comune e dalla ricostruzione di valori condivisi da promuovere e tutelare, tra questi valori vi è l’autorealizzazione personale, la parità di genere, la responsabilità, la solidarietà e stabilità familiare.Questo non sta a significare che la coppia o la famiglia siano indissolubili, ma che vi sia anche, dopo la rottura, una continuazione di una valida relazione affettiva tra i genitori e i figli, indipendentemente dalla forma di famiglia: sia un matrimonio, un’unione di fatto, una famiglia ricomposta o mista.

L’Italia è ancora lontana dallo sviluppo che le famiglie hanno avuto in altri paesi, e nonostante siano cresciute consapevolezza e responsabilità vi è, ancora oggi, un vuoto conoscitivo attorno alle nuove famiglie sia negli ambiti sociali che psicologici (Zanatta, A., 1997).Sarebbe importante sul piano delle responsabilità private una maggiore consapevolezza sulle conseguenze negative di natura psicologica, sociale e anche economica che una separazione può comportare ad ogni membro della famiglia in particolar modo ai figli. I coniugi dovrebbero essere consapevoli che il grado di conflittualità legata ad una separazione influisce sul benessere psicologico dei figli.

Nei casi di separazione e divorzio, oggi, attraverso l’affido condiviso, ai padri è offerta la possibilità di un coinvolgimento, pari a quello materno, nella cura e nell’educazione del figlio. Sul piano delle responsabilità oltre a quelle private vi sono quelle a carico delle politiche pubbliche che hanno dimostrato di essere impreparate di fronte al cambiamento della famiglia e in molti casi anche inefficienti nel mitigare le conseguenze negative dell’instabilità coniugale. Occorre una maggiore presenza di servizi di mediazione per favorire soluzioni, meno conflittuali possibile, che contemplino rispetto sia per l’aspetto psicologica che materiale della separazione (Zanatta, A., 1997). Sarebbe auspicabile, ai giorni nostri, una qualche forma di riconoscimento giuridico delle famiglie, eterosessuali e omosessuali e del ruolo dei “genitori” sociali nelle famiglie ricomposte.Ogni individuo dovrebbe potersi sentir libero di provare sentimenti ed emozioni anche verso persone dello stesso sesso e dovrebbe sentire di potersi muovere in armonia tra l’esterno (sociale) e l’interno (identità personale) evitando di incastrarsi in particolari stereotipi socio-culturali che filogeneticamente continuano ad autoalimentare falsi miti e utopici ruoli di genere.Come ampiamente dimostrato da studi scientifici, l’omosessualità non è un vizio, non è una perversione e non è una scelta personale, ma è piuttosto un normale orientamento sessuale solamente differente da quello eterosessuale, altrettanto normale, e quindi non negativamente influente su una paternità o una maternità.Sarebbe dunque auspicabile, che anche nel nostro paese, le coppie omosessuali fossero riconosciute come famiglie e gli omosessuali avessero la possibilità di essere genitori sia adottando dei bambini sia attraverso l’intervento di tecniche assistite (McCann et al., 2005; Tasker, 2005).

I pregiudizi verso la famiglia omosessuale e verso la possibile crescita normale di un bambino con uno o due adulti omofili sembrano non essere validati da alcun modello sullo sviluppo infantile, ma esclusivamente dalla paura sociale indotta da una versione di famiglia fuori dai “canoni naturali”.
Non vi sono dunque prove scientifiche per ipotizzare che le lesbiche e i gay siano inadatti alla genitorialità o che lo sviluppo psico-sociale dei bambini da loro allevati sia compromesso o possa compromettersi rispetto ai bambini allevati da genitori eterosessuali (Tasker, 2005).
In base ad alcuni studi svolti dai teorici dell’attaccamento risulta che la stabilità psico-emotiva del bambino, riguardo al legame con i propri genitori, è strettamente connessa ai comportamenti dell’adulto nel rapporto interattivo; in tal modo diventano molto importanti caratteristiche personali come la sensibilità, l’emotività e qualcos’altro, nel legame tra piccolo e adulto, che ancor oggi magari è ignoto (Schaffer, Emerson, 1964),.Inoltre gli stessi autori affermano che non è necessario che la madre che alleva ed educa il bambino sia la madre biologica; ma lo può essere qualsiasi persona indipendentemente dal sesso di appartenenzaLa capacità di crescere un bambino, con affetto e cure è sostanzialmente un qualcosa legato al temperamento, all’affettività, al carattere e ha ben poco a che vedere con il legame di sangue (Schaffer e Emerson, 1964).Un bambino, per crescere, ha bisogno di un individuo con il quale avere una relazione emotiva e di un individuo che possa donargli supporto ed interazione ma non è assolutamente necessario che queste due persone siano di sesso diverso (Bronfenbrenner, 1979).
Hillman (1996) vede nel concetto assoluto di legame primario madre-bambino una sorta di “superstizione parentale”.Il bambino percepirà molto presto che non tutte le persone sono omosessuali; questa cognizione gli permetterà poi di capire che, se anche i suoi genitori sono omosessuali, non è detto che lo sia pure lui in futuro (Dall’Orto, 1994).

In tal modo gli ambienti familiari forniti da genitori omosessuali danno ai bambini supporto e permettono il loro buon sviluppo psicosociale tanto quanto gli ambienti familiari eterosessuali (Tasker, 2005).

La ricerca sui genitori omosessuali è comunque ancora molto recente.Di meno si conosce poi circa i bambini allevati da padri gay rispetto ai bambini tirati su da madri lesbiche.

Un recente ed interessante lavoro di Lev (2004) su transessuali, omosessuali, travestiti e le loro famiglie, rileva come le ipotesi medico-cliniche e la terapia psicoanalitica di stampo patologizzante possano, e secondo l’autrice debbano, essere abbandonate, così come l’enfasi assegnata al ruolo dell’adulto nel processo di acquisizione dell’identità sessuale da parte del bambino.

L’autrice, piuttosto, pone l’accento sul ruolo svolto dall’interazione dei coetanei e dei familiari che dovrebbero essere privi di atteggiamenti omofobici o caricati di falsi luoghi comuni, come la presunta anormalità di due madri o due padri, e quello svolto dalla personale maturazione dei processi mentali infantili: se i due dinamismi si congiungono in modo positivo, condurranno sinergicamente il bambino ad orientarsi sessualmente senza alcun problema.

Infatti Lev (2004) sostiene che spesso il bambino riesce ad accettare e convivere molto bene insieme a dei genitori con orientamento omosessuale, semplicemente perché non si pone mille domande, problemi o pregiudizi come invece farebbe un adulto, e perché egli fin da piccolo cresce in un ambiente costituito da due genitori dello stesso sesso; ciò avviene in modo particolarmente tranquillo e positivo se vengono rispettate ed esaudite le esigenze del bambino e se viene fatto tutto il necessario per far sì che egli si senta parte integrante della famiglia.

Inoltre Lev (2004), sulla base della sua esperienza psicoterapeutica decennale, sottolinea che il giocare del maschio con bambole o della femmina con giocattoli “maschili” non pregiudica affatto la loro mascolinità o femminilità future, così come, l’interagire in crescita con una coppia di omosessuali non comporta, né nel maschio né nella femmina alcuna deviazione nella formazione dell’orientamento sessuale, e più in generale nella loro identità sessuale.

Come sostiene Alexander (2001) dobbiamo ritenere la ricerca sulle famiglie omosessuali corretta e portatrice di un risultato certo: i bambini allevati in tali famiglie devono spesso confrontarsi con i pregiudizi culturali subiti dai genitori, ma il loro sviluppo personale e sociale ha un andamento del tutto normale tanto quanto quello di bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. Si può dunque affermare che la validità di un nucleo familiare si fonda sulla qualità delle relazioni tra le persone piuttosto che su un modello strutturale o sulla supposta “naturalità” (McCann et al., 2005).Per quanto concerne la problematica dell’infertilità e dell’inseminazione assistita possiamo dire che all’evoluzione scientifica e tecnologica a cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni non è corrisposto un’altrettanto avanzamento della coscienza dell’uomo. A volte sembra che una parte della psicosomatica corra il pericolo di assumere il ruolo di assistente cieco nei confronti di una tecnologia della fertilità manipolativa e alienata.E’ stato riconosciuto che la medicina riproduttiva implica un peso considerevole e importante per la donna, l’uomo e la successiva famiglia.Cliniche ed ospedali con un senso di responsabilità dovrebbero fornire consulti prima, durante e dopo l’intervento. Le coppie che si avvicinano a tecniche riproduttive lottano successivamente per essere riconosciute come “normali”, spesso tengono segrete le informazioni sull’inseminazione artificiale e nascondono queste informazioni al bambino concepito in tal modo. Le madri emotivamente indifferenti soffrono di depressione; a livello di coppia sono presenti difficoltà psicologiche più accentuate rispetto ai genitori “normali”, come: paura repressa, problemi nervosi, disturbi fisici/psicosomatici e disfunzioni sessuali. Poiché i bambini nati attraverso la procreazione assistita non sono mai del tutto indenni dalle perturbazioni legate alla loro nascita sarebbe auspicabile offrire alle coppie sia etero che omosessuali maggiori informazioni e spunti di riflessione prima di sottoporsi a qualsiasi tipo di trattamento.L’aumento delle separazioni, dei divorzi e la diminuzione dei matrimoni possono essere letti come un forte segnale di cambiamento nello stile di vita della popolazione.Ciò che va diffondendosi nel nostro Paese, in realtà, non è un disinteresse per la vita a due ma un modo nuovo di stare insieme così come si manifesta nella tendenza ormai diffusa di preferire la convivenza e la relazione priva di vincoli legali e religiosi. La nuova coppia che si viene a formare (di solito, ma non necessariamente, di sesso diverso) e che rifiuta il modello tradizionale di famiglia fondato sul matrimonio, si caratterizza e si distingue dalla precedente per aver spostato l’attenzione dalla procreazione e dall’impegno alla vita in comune per l’intera vita all’autorealizzazione individuale e al soddisfacimento dei propri desideri. Questo nuovo stile di vita relazionale presenta almeno apparentemente vantaggi per entrambi i membri della coppia. Alla donna consente prevalentemente di superare il tradizionale ruolo ad essa riservato nel matrimonio e di porsi con il partner in una condizione di parità sia nel contesto familiare che sociale . Si può ipotizzare che uno dei motivi che ha prodotto l’abbandono della famiglia così come l’hanno conosciuta le generazioni precedenti sia stato il rifiuto da parte della donna di quel ruolo di moglie a cui spettava il solo compito di accudimento del focolare domestico e della prole, senza un aperto confronto tra i due coniugi.Oggi per la donna la vecchia divisione di ruoli ben distinti tra marito e moglie è diventata inaccettabile.<Stanca degli stereotipi ad essa legati e indifferente a qualsiasi tentativo di svalutazione della propria immagine, soprattutto da parte dei media, la donna moderna rivendica il diritto alla propria dignità, identità e autonomia. Pur partendo da una posizione difficoltosa e svantaggiata rispetto all’uomo, la donna ha iniziato da tempo ad allargare il proprio ambito di intervento sia nel suo mondo privato che in quello pubblico, sviluppando attitudini fino a pochi decenni fa di pertinenza maschile, trascinando anche l’uomo in una esperienza similare ovviamente verso attività che erano riservate al sesso femminile.Uomini e donne possono così arrivare a vedersi “diversi” e parimenti indispensabili e collaboranti alla vita della famiglia. L’epoca moderna ha privilegiato la razionalità, la competizione riconosciute come qualità maschili, mentre la post-modernità sembra privilegiare il sentimento ovvero le caratteristiche più prettamente femminiliE’ questo affermarsi del nuovo ruolo della donna che ha presumibilmente alterato gli equilibri all’interno della coppia matrimoniale.L’istruzione, l’accesso al mondo lavorativo, la pianificazione delle nascite scissa dalla sessualità hanno ormai posto la donna in una condizione di indiscutibile parità con l’uomo.La donna sta cercando di riprendersi tutto lo spazio negatole nei secoli; la ricerca dell’autonomia l’ha condotta però ad un sovraccarico di lavoro e una tensione dovuta al suo essere “pluricollocata” (Scabini E., Donati P., 1991, cit. p.142).

Durante gli anni del femminismo si è però arrivati a svilire la specificità del ruolo femminile e materno alla ricerca di una impossibile uguaglianza con l’uomo fino ad una deleteria identificazione.Proprio per le sue caratteristiche empatiche, comunicative, educative ed etiche la donna ha ancora un ruolo cardine nel determinare il clima familiare. Nonostante gli innegabili progressi verso una distribuzione più equilibrata dei carichi di lavoro domestici tra uomini e donne, è evidente che il carico della cura della famiglia spetta ancora alla donna, sia che se ne occupi direttamente che si avvalga di aiuti esterni.E’ quindi auspicabile che si arrivi ad un nuovo accordo nel rapporto tra i sessi che veda la specificità e la complementarietà dei ruoli, come due lati della stessa medaglia, ugualmente coinvolti nel progetto famiglia.

Il cambiamento interiore della donna può essere stimolante per un cambiamento anche della società dal momento in cui rivaluta il suo potenziale affettivo, intellettuale, etico, e accetta di confrontarsi costruttivamente col maschile.del rapporto uomo-donna all’interno della famiglia e nella società potremmo porre le basi per un nuovo modo di vivere insieme.

Di fronte a donne sicure della propria identità sessuale, della propria appartenenza di genere, della propria dignità, anche gli uomini saranno indotti, a loro volta, a ridefinire criticamente quei valori virili, trasmessi dalla tradizione.
La cultura emergente non favorisce ricette certe per lo stare in coppia, ma indica alcune direzioni di ricerca.

Per prima cosa non esistono soluzioni valide per tutti, per cui sia ogni individuo che ogni coppia dovrebbero cercare una propria via di realizzazione avendo ormai a disposizione sia la via tradizionale del matrimonio che altre possibilità offerte dalle nuove formule emergenti.Ciò che è determinante è la presenza di consapevolezza e d’impegno con cui i due partner vivono la scelta praticata, qualunque essa sia.Non esiste una norma a cui adeguarsi, quindi non c’è una normalizzazione a cui aspirarsi.

Come sostiene Roudinesco (2002), non c’è fine ma trasformazione della famiglia, non ci sono famiglie da catalogare e giudicare ma soggettività ed esperienze diverse da far parlare e da ascoltare. I nuovi principi sul come vivere la relazione di coppia andranno ispirati ad una grande flessibilità che tenga conto del fatto che gli individui sono diversi ma complementari e che le fasi della vita possono rispecchiare bisogni di volta in volta diversi.<La famiglia può ritrovare la sua generatività simbolica a patto che sia di nuovo reinventata (Roudinesco E., 2002).
Occorrerà inoltre guardare alla nuova famiglia con occhi sgombri da pregiudizi e ideologie, apocalittiche o progressiste che siano.
Nel corso degli ultimi decenni al famiglia ha mostrato di essere duttile al modellarsi di fronte ai mutamenti sociali. Ha cambiato volto senza, però, sparire ed è apparsa viva e vitale nelle sue molteplici forme.
Certo è che l’autonomia individuale e la libertà di scelta comportano rischi e costi, come l’aumento dell’instabilità coniugale e di coppia, conflitti e sofferenze affettive degli adulti che coinvolgono spesso anche i figli. A questi rischi si possono aggiungere il rinvio di responsabilità adulte e difficoltà di portare avanti progetti coerenti di vita, che sono tipici della cultura giovanile di oggi e che stanno in buona parte all’origine sia del prolungamento della permanenza dei giovani nella famiglia d’origine che di alcune forme di convivenza. Questo sta quindi a significare che non sempre ad una maggiore autonomia corrisponde un aumento di responsabilità. Questa è la sfida dei tempi odierni: coniugare autonomia, libertà di scelta individuale con la responsabilità e la solidarietà familiare (Zanatta A., 1997).

Data la molteplicità delle scelte possibili nella società attuale è indispensabile una crescita della consapevolezza e della responsabilità, sia a livello individuale che collettivo.In una società contraddistinta da un pluralismo di idee e di stili di vita va ricordato che il bene individuale non può essere dissociato dal bene comune e dalla ricostruzione di valori condivisi da promuovere e tutelare, tra questi valori vi è l’autorealizzazione personale, la parità di genere, la responsabilità, la solidarietà e stabilità familiare.
Questo non sta a significare che la coppia o la famiglia siano indissolubili, ma che vi sia anche, dopo la rottura, una continuazione di una valida relazione affettiva tra i genitori e i figli, indipendentemente dalla forma di famiglia: sia un matrimonio, un’unione di fatto, una famiglia ricomposta o mista.
L’Italia è ancora lontana dallo sviluppo che le famiglie hanno avuto in altri paesi, e nonostante siano cresciute consapevolezza e responsabilità vi è, ancora oggi, un vuoto conoscitivo attorno alle nuove famiglie sia negli ambiti sociali che psicologici (Zanatta, A., 1997).
Sarebbe importante sul piano delle responsabilità private una maggiore consapevolezza sulle conseguenze negative di natura psicologica, sociale e anche economica che una separazione può comportare ad ogni membro della famiglia in particolar modo ai figli. I coniugi dovrebbero essere consapevoli che il grado di conflittualità legata ad una separazione influisce sul benessere psicologico dei figli.Nei casi di separazione e divorzio, oggi, attraverso l’affido condiviso, ai padri è offerta la possibilità di un coinvolgimento, pari a quello materno, nella cura e nell’educazione del figlio. Sul piano delle responsabilità oltre a quelle private vi sono quelle a carico delle politiche pubbliche che hanno dimostrato di essere impreparate di fronte al cambiamento della famiglia e in molti casi anche inefficienti nel mitigare le conseguenze negative dell’instabilità coniugale. Occorre una maggiore presenza di servizi di mediazione per favorire soluzioni, meno conflittuali possibile, che contemplino rispetto sia per l’aspetto psicologica che materiale della separazione (Zanatta, A., 1997).
Sarebbe auspicabile, ai giorni nostri, una qualche forma di riconoscimento giuridico delle famiglie, eterosessuali e omosessuali e del ruolo dei “genitori” sociali nelle famiglie ricomposte.Ogni individuo dovrebbe potersi sentir libero di provare sentimenti ed emozioni anche verso persone dello stesso sesso e dovrebbe sentire di potersi muovere in armonia tra l’esterno (sociale) e l’interno (identità personale) evitando di incastrarsi in particolari stereotipi socio-culturali che filogeneticamente continuano ad autoalimentare falsi miti e utopici ruoli di genere.
Come ampiamente dimostrato da studi scientifici, l’omosessualità non è un vizio, non è una perversione e non è una scelta personale, ma è piuttosto un normale orientamento sessuale solamente differente da quello eterosessuale, altrettanto normale, e quindi non negativamente influente su una paternità o una maternità.Sarebbe dunque auspicabile, che anche nel nostro paese, le coppie omosessuali fossero riconosciute come famiglie e gli omosessuali avessero la possibilità di essere genitori sia adottando dei bambini sia attraverso l’intervento di tecniche assistite (McCann et al., 2005; Tasker, 2005).
I pregiudizi verso la famiglia omosessuale e verso la possibile crescita normale di un bambino con uno o due adulti omofili sembrano non essere validati da alcun modello sullo sviluppo infantile, ma esclusivamente dalla paura sociale indotta da una versione di famiglia fuori dai “canoni naturali”.
Non vi sono dunque prove scientifiche per ipotizzare che le lesbiche e i gay siano inadatti alla genitorialità o che lo sviluppo psico-sociale dei bambini da loro allevati sia compromesso o possa compromettersi rispetto ai bambini allevati da genitori eterosessuali (Tasker, 2005).<In base ad alcuni studi svolti dai teorici dell’attaccamento risulta che la stabilità psico-emotiva del bambino, riguardo al legame con i propri genitori, è strettamente connessa ai comportamenti dell’adulto nel rapporto interattivo; in tal modo diventano molto importanti caratteristiche personali come la sensibilità, l’emotività e qualcos’altro, nel legame tra piccolo e adulto, che ancor oggi magari è ignoto (Schaffer, Emerson, 1964),.Inoltre gli stessi autori affermano che non è necessario che la madre che alleva ed educa il bambino sia la madre biologica; ma lo può essere qualsiasi persona indipendentemente dal sesso di appartenenzaLa capacità di crescere un bambino, con affetto e cure è sostanzialmente un qualcosa legato al temperamento, all’affettività, al carattere e ha ben poco a che vedere con il legame di sangue (Schaffer e Emerson, 1964).Un bambino, per crescere, ha bisogno di un individuo con il quale avere una relazione emotiva e di un individuo che possa donargli supporto ed interazione ma non è assolutamente necessario che queste due persone siano di sesso diverso (Bronfenbrenner, 1979).Hillman (1996) vede nel concetto assoluto di legame primario madre-bambino una sorta di “superstizione parentale”.Il bambino percepirà molto presto che non tutte le persone sono omosessuali; questa cognizione gli permetterà poi di capire che, se anche i suoi genitori sono omosessuali, non è detto che lo sia pure lui in futuro (Dall’Orto, 1994)In tal modo gli ambienti familiari forniti da genitori omosessuali danno ai bambini supporto e permettono il loro buon sviluppo psicosociale tanto quanto gli ambienti familiari eterosessuali (Tasker, 2005). La ricerca sui genitori omosessuali è comunque ancora molto recente.
Di meno si conosce poi circa i bambini allevati da padri gay rispetto ai bambini tirati su da madri lesbiche. Un recente ed interessante lavoro di Lev (2004) su transessuali, omosessuali, travestiti e le loro famiglie, rileva come le ipotesi medico-cliniche e la terapia psicoanalitica di stampo patologizzante possano, e secondo l’autrice debbano, essere abbandonate, così come l’enfasi assegnata al ruolo dell’adulto nel processo di acquisizione dell’identità sessuale da parte del bambino.

L’autrice, piuttosto, pone l’accento sul ruolo svolto dall’interazione dei coetanei e dei familiari che dovrebbero essere privi di atteggiamenti omofobici o caricati di falsi luoghi comuni, come la presunta anormalità di due madri o due padri, e quello svolto dalla personale maturazione dei processi mentali infantili: se i due dinamismi si congiungono in modo positivo, condurranno sinergicamente il bambino ad orientarsi sessualmente senza alcun problema.

Infatti Lev (2004) sostiene che spesso il bambino riesce ad accettare e convivere molto bene insieme a dei genitori con orientamento omosessuale, semplicemente perché non si pone mille domande, problemi o pregiudizi come invece farebbe un adulto, e perché egli fin da piccolo cresce in un ambiente costituito da due genitori dello stesso sesso; ciò avviene in modo particolarmente tranquillo e positivo se vengono rispettate ed esaudite le esigenze del bambino e se viene fatto tutto il necessario per far sì che egli si senta parte integrante della famiglia.

Inoltre Lev (2004), sulla base della sua esperienza psicoterapeutica decennale, sottolinea che il giocare del maschio con bambole o della femmina con giocattoli “maschili” non pregiudica affatto la loro mascolinità o femminilità future, così come, l’interagire in crescita con una coppia di omosessuali non comporta, né nel maschio né nella femmina alcuna deviazione nella formazione dell’orientamento sessuale, e più in generale nella loro identità sessuale.

Come sostiene Alexander (2001) dobbiamo ritenere la ricerca sulle famiglie omosessuali corretta e portatrice di un risultato certo: i bambini allevati in tali famiglie devono spesso confrontarsi con i pregiudizi culturali subiti dai genitori, ma il loro sviluppo personale e sociale ha un andamento del tutto normale tanto quanto quello di bambini cresciuti in famiglie eterosessuali. Si può dunque affermare che la validità di un nucleo familiare si fonda sulla qualità delle relazioni tra le persone piuttosto che su un modello strutturale o sulla supposta “naturalità” (McCann et al., 2005). Per quanto concerne la problematica dell’infertilità e dell’inseminazione assistita possiamo dire che all’evoluzione scientifica e tecnologica a cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni non è corrisposto un’altrettanto avanzamento della coscienza dell’uomo. A volte sembra che una parte della psicosomatica corra il pericolo di assumere il ruolo di assistente cieco nei confronti di una tecnologia della fertilità manipolativa e alienata.
E’ stato riconosciuto che la medicina riproduttiva implica un peso considerevole e importante per la donna, l’uomo e la successiva famiglia. Cliniche ed ospedali con un senso di responsabilità dovrebbero fornire consulti prima, durante e dopo l’intervento. Le coppie che si avvicinano a tecniche riproduttive lottano successivamente per essere riconosciute come “normali”, spesso tengono segrete le informazioni sull’inseminazione artificiale e nascondono queste informazioni al bambino concepito in tal modo.

Le madri emotivamente indifferenti soffrono di depressione; a livello di coppia sono presenti difficoltà psicologiche più accentuate rispetto ai genitori “normali”, come: paura repressa, problemi nervosi, disturbi fisici/psicosomatici e disfunzioni sessuali. Poiché i bambini nati attraverso la procreazione assistita non sono mai del tutto indenni dalle perturbazioni legate alla loro nascita sarebbe auspicabile offrire alle coppie sia etero che omosessuali maggiori informazioni e spunti di riflessione prima di sottoporsi a qualsiasi tipo di trattamento.

La pratica meditativa:
educazione alla consapevolezza

Quando si parla di meditazione, molte volte si pensa al riposo o al rilassamento. Nella pratica della Gestalt invece, alla meditazione è riservato un ruolo cruciale che va proprio in direzione opposta a quella dell’assopimento: con essa s’intende per l’appunto il “risveglio” della persona.

Il termine “risveglio” è certamente molto forte, ma è anche indicatore di come le nostre coscienze spesso siano inconsapevoli di quanto ci accade o di ciò che facciamo. Se ad esempio avessimo una videocamera pronta ad immortalare le nostre abitudini mattutine, noteremmo come la maggioranza dei nostri comportamenti ed azioni sono inconsapevoli: la sveglia che suona sempre a quell’ora, l’alzata dal letto sempre dallo stesso lato, la visita al bagno, la preparazione della colazione, la vestizione ecc… La ripetizione di un compito nel tempo riduce la consapevolezza e nel contempo impedisce di utilizzare appieno le risorse e la diversa gamma comportamentale di cui le persone dispongono o di cui potrebbero disporre.

Le abitudini apparentemente permettono di risparmiare un enorme quantitativo di energia psicofisica (non ci vuole poi molto impegno né cognitivo né fisico per preparare la moka del caffè); ma il problema delle abitudini è quello di rendere le persone schiave dei propri comportamenti automatici ed è proprio su questi che l’azione meditativa va ad agire.

Il principe Siddharta Gotama, conosciuto come il Buddha ovvero come colui che ha raggiunto la liberazione, trovò la via (dharma) per l’illuminazione nella liberazione dell’uomo dalle catene dei suoi pensieri e comportamenti senza però dover rinunciare alla vita sociale per rifugiarsi nell’ascetismo. La meditazione, nella concezione buddista, assolve a questo preciso compito.

Il termine “meditazione”, deriva dalla parola latina: “mederi” che significa: curare, aiutare, guarire… ed è certamente appropriato per il lavoro che svolge sulle persone che la praticano.

Educare alla consapevolezza tramite la pratica meditativa permette di riappropriarsi del proprio presente, delle proprie azioni, dei propri vissuti interni e di rimanere svegli e vigili.

E’ esperienza comune, di solito vissuta inizialmente con sconforto, che durante la pratica meditativa la mente inizi a vagare e a perdersi in pensieri o preoccupazioni che “portano via” dalla consapevolezza, ma è proprio quando ci si accorge di ciò che si riprende la nostra consapevolezza e possiamo far ritorno allo stato meditativo. Riconoscere questo fenomeno, aiuta la persona ad essere maggiormente presente nella sua quotidianità e a non essere un automa che vaga per il mondo intrappolato nei meccanismi mentali.

 

Una tecnica centrale nella pratica meditativa consiste nel portare l’attenzione al proprio respiro, alle sue caratteristiche e movimenti. Ed è proprio al respiro che si deve “ritornare” ogni qual volta ci si distrae.

Seguire con attenzione il percorso del proprio respiro permette anche di entrare in contatto con sé stessi e con il proprio mondo interno mettendo in relazione così la mente e il corpo; non a caso il Buddha è raffigurato con il braccio destro in posizione verticale che sta ad indicare la centratura mentale data dalla direzione del flusso di respiro e col braccio destro posizionato sull’addome in contatto col proprio corpo.

meditazione12Nella Psicoterapia della Gestalt, che è una psicoterapia basata sulla consapevolezza, l’uso della meditazione è dunque strumento fondamentale per sostenere il processo terapeutico stesso.

Senza consapevolezza non possiamo ottenere nemmeno l’assunzione di responsabilità dei propri stati ed agiti, dei propri pensieri o dei propri giudizi. La meditazione aiuta allora ad essere certamente più consapevoli e permette alla persona di integrare i diversi aspetti che emergono durante l’osservazione di sé.

L’Associazione FermaMente propone incontri di meditazione in gruppo, guidati da uno Psicoterapeuta della Gestalt, che sono un’occasione per fermarsi, entrare in contatto con il proprio sé, e anche condividere l’esperienza con gli altri partecipanti.

Gestalt Counselling

Corso di Gestalt Counselling ad orientamento fenomenologico-esistenziale

Il Counselling

Il Counselling è un percorso formativo che permette di sviluppare capacità e risorse utili alla relazione di aiuto e facilita la via del contatto, della consapevolezza e dell’essere reciprocamente presente nell’esperienza al fine di trovare la propria forma e il proprio senso di essere nel mondo.
Il counselling diviene così l’arte di aiutare ad aiutarsi.

Il Gestalt Counselling a orientamento Fenomenologico Esistenziale focalizza l’attenzione sul valore dell’esperienza individuale, sulla responsabilità delle proprie scelte, sullo sviluppo dell’autenticità, quali strumenti per una sana vita di relazione.

Il Counsellor

Il Counsellor è una figura professionale che esercita la sua attività sostenendo il cliente nel processo di consapevolezza, nel contattare i propri bisogni e risorse, sperimentare nuove possibilità di comportamento, instaurare relazioni umane genuine.

Obiettivi e organizzazione didattica

Il corso è rivolto a tutti coloro (genitori, medici, psicologi, educatori, insegnanti, operatori psico-socio-sanitari, formatori) che per motivi personali o professionali desiderano acquisire o sviluppare competenze e abilità nella relazione d’aiuto.

Programma didattico triennale:

  • La visione del mondo secondo la concezione Fenomenologica Esistenziale applicata al Counselling Gestaltico
  • Teorie della Comunicazione
  • Legame affettivo e costruzione dell’identità
  • Il Counselling come “aiuto ad aiutarsi”
  • La dinamica del cambiamento; continuum di consapevolezza; autoregolazione organismica
  • Fasi del contatto con se stessi e con gli altri.
  • Relazione io-tu. Rispetto e accettazione della realtà dell’altro
  • Comunicazione verbale e non verbale
  • Il silenzio come fattore positivo e il principio del vuoto fertile
  • Etica e responsabilità nella relazione con l’altro
  • Leadership e assertività nella vita personale e professionale
  • La comunicazione nelle situazioni di conflitto
  • Metafore e fantasie guidate
  • Ruolo del facilitatore: ascolto empatico, comprensione del bisogno, risposta efficace, rispecchiamento, riformulazione, ridefinizione.
  • Colloqui di Gestalt Counselling: il problema nel suo contesto; dal generale al particolare; sentire, pensare, immaginare; obiettivo di cambiamento, scelta responsabile.
  • Dipendenza, sottomissione e autonomia nella relazione con se stessi e con gli altri
  • Sistemi familiari e genitorialità: responsabilità genitoriale per elaborare risposte congrue alle richieste di cambiamento dei figli
  • L’arte nella relazione d’aiuto
  • Laboratori creativi: improvvisazione teatrale, scultura del corpo e uso della creta, fiaba e sogni infantili, scrittura autobiografica, danza dalle emozioni, disegno e pittura creativa, collage della personalità, improvvisazione musicale, voce e canto
  • Enneagramma e struttura caratteriale
  • Il Counselling nel setting individuale e di gruppo
  • Criteri Etici e Deontologici del Counsellor

Per il conseguimento del diploma di Counsellor  è necessario un Diploma di scuola media superiore
Il corso con un monte ore complessivo di 900 si articola in:

9 week-end/anno  teorico-esperienziali (sabato 9.30-19.30; domenica 9.30- 18.30) per complessive 153 ore

2 week end intensivi/anno di 50 ore complessive

20 ore/anno di supervisione individuale o in gruppo

60 ore/anno di pratica e addestramento alla relazione d’aiuto

17 ore/anno di studio ed elaborazione di  relazioni scritte sul materiale didattico

Tirocinio

La formazione prevede inoltre un tirocinio della durata di 200 ore/anno da svolgere nell’ambito della relazione d’aiuto con progetti specifici presso Associazioni operanti sul territorio, o all’interno dell’istituzione lavorativa del singolo, o come attività di volontariato, o mediante l’attivazione di gruppi di auto-aiuto presso strutture pubbliche.
Il tirocinio è supervisionato ed ha lo scopo di completare e ampliare la parte del percorso formativo d’aula attraverso:

– Pratica di Counselling: Colloqui individuali e/o di gruppo

– Organizzazione e Progettazione d’interventi di Counselling

– Assistenza, Affiancamento, Tutoring di professionisti già esperti durante incontri di Counselling individuale o di gruppo

– Studio e Ricerca: partecipazione a convegni, conferenze, dibattiti

– Approfondimento di alcune tematiche fondamentali per dare forma alla tesi finale.

Il tirocinante è tenuto a documentare e certificare ogni attività svolta.

Attestato

Al termine del percorso triennale, previo esame teorico-pratico e presentazione di certificazione del tirocinio svolto, verrà rilasciato un attestato di qualifica di “Counsellor” che permette l’iscrizione all’Associazione Italiana Counselling (AICo) e all’European Association for Counselling (EAC).

La partecipazione ad almeno 2/3 del monte ore dà diritto allattestato di formazione alla relazione d’aiuto nella voce di “Operatore alla relazione d’aiuto”.